Aurora è l’occhio che domina la sua copertina: un occhio che scruta l’anima, che si guarda intorno e si pone domande, analizzando le nostre azioni e cercando il loro perché. Con questo sguardo, Niccolò Contessa annota senza giudizio i paradossi e le contraddizioni del nostro tempo e di chi lo vive.
Ma è anche l’occhio attraverso il quale possiamo guardare noi stessi, dentro lo stesso Contessa, in un mondo fatto di dubbi, paure e incertezze.
Non definirei questo disco “introspettivo”: non sono canzoni come Il posto più freddo o Una cosa stupida a offrirci un pezzo di lui. E forse nemmeno “dare un pezzo di sé” è la definizione giusta, perché l’effetto che producono le sue parole non sembra del tutto volontario.
Quello che credo sia vero, è che Contessa ci offre il suo modo di vedere il mondo, permettendoci di entrare nei suoi ragionamenti e decidere cosa trarre dal racconto di ciò che osserva.
Supercazzole apparte, che mi inseriscono di diritto nel grande gruppo di quelli che hanno lasciato le filosofie in cantina, Aurora è per me la cosa migliore che la musica italiana abbia tirato fuori in tempi recenti.
La narrazione del disco parte dal quotidiano, e la selezione delle storie che Contessa sceglie di raccontare rivela la sua natura di osservatore imparziale. Più che predicare, il disco mette in luce i paradossi della nostra epoca. Quando parla dell’amore pubblicizzato e monetizzato, non si limita a fare la morale a Fedez e compagnia: la satira amplifica una dinamica che lo incuriosisce, quella del bisogno di approvazione esterna anche per un sentimento privato come l’amore.
Contessa non ne è disgustato, anzi, ne è attratto.
Lo stesso fascino lo prova nei confronti del conflitto interno di “quelli che ce l’hanno fatta”. Baby soldato non racconta solo la cruda realtà dell’industria musicale: è la domanda sull’equilibrio precario di chi, pur apparendo risolto e inarrivabile, vacilla nella tempesta della vita.
Aurora analizza anche l’uso metodico delle droghe, le contraddizioni del sesso, le connessioni umane che si perdono e si ritrovano in un mondo che corre troppo veloce per ammirare l’aurora boreale insieme alle balene. È un disco sulla morte, sui cicli della vita, sulla fine di tutto. È un disco di spiritualità, fisica, violenza e amore.
E lo fa alternando comicità e introspezione, con ossimori e metafore, supportato da produzioni perfette che sanno rallentare quando serve e accelerare quando necessario.
Nel mio cuore resterà per sempre Una cosa stupida, che insieme a Calabi-Yau e Finirà segna i vertici di un progetto già altissimo: musica destinata a durare, anche quando tutto finirà, con un’apocalisse, come stelle e galassie.